Shiatsu News 50 Dicembre 2015
15 n. 50 - Dicembre 2015 caso n°7 C he c’entra prendere una poesia in un luogo di zen e decidere di trattarla come se fosse un koan? Arri- vati ormai alla settima poesia mi viene di fare una riflessio- ne. Perché si tratta comunque di lavorare con le parole, così come sono parole quelle dette dal Buddha e dai diversi mae- stri che s’incontrano nella tra- dizione. Allora non ci dovrebbe essere differenza: il poeta ha una illuminazione e scrive una poesia, così il Buddha, cioè un illuminato indica un percorso ai discepoli. A parte che anche le parole del Buddha hanno in sé delle contraddizioni, è assodato che quando parla, l’illuminazione l’ha fatta già e le parole non servono a mostrarla. Invece il poeta non è un illumi- nato ma solo qualcuno che, in qualche momento, si trova a scrivere delle parole che dan- no il senso dell’illuminazione. Uno scopo di questi teisho non è tanto il rivelare il satori che in quel momento sembra ab- bia fatto il poeta, ma di portare alla luce la contraddizione che c’è fra chi ha visto qualcosa e magari non riesce a viverla. E questo avviene con la poesia di commento, in quanto essa porta alla luce le contraddizioni del poeta. Siccome Pessoa, anzi il suo eteronimo Alberto Caeiro, scrive che vive in cima a un col- le in una casa bianca e isolata, ecco che gli si contrappone chi invece sta in una grotta buia piena di pipistrelli. E ancora, se lui vuole essere mistico solo col corpo, c’è chi potrebbe volerlo essere con l’anima. Tanto che la poesia del koan pone un’altra contraddi- zione: a chi interessa, ammes- so che ci sia, la differenza fra corpo e anima? Sembra quasi voler dire che il poeta crede ancora alla befa- na. Di questi tempi sto leggen- do forse il libro più importante di Pessoa, secondo i suoi critici, ed in esso risalta chiaramente come avesse delle grandi intu- izioni ed altrettanti momenti in cui vorrebbe sparire. Ora non è nelle mie competenze giu- dicare se uno sia preso dalla depressione, che apre grandi squarci di comprensione ma senza la capacità di saperli ge- stire o vivere nella loro relatività o assolutezza. Chi pratica nella scuola del Buddha apprende ciò di cui non si può discutere, ma va realizzato per vivere con im- peccabilità la relatività del quotidiano. Perciò non si può affermare di essere mistici solo col corpo, ché sappiamo d’essere sia cor- po che anima, se così si vuole definire la nostra parte intrinse- ca. Certo, poi scrive che vive senza pensare, al misticismo e a tut- to il resto compresa la natura, che s’accontenta di cantare, vi- vendo in cima a un colle in una casa imbiancata. Se leggessimo le poesie che sono state scritte negli anni du- rante le sesshin d’agosto a Sca- ramuccia, se ne potrebbero tro- vare numerose di simili e, posso azzardare, forse migliori. Perché Pessoa, come la mag- gior parte di quasi tutti i cosid- detti poeti, in questa poesia attrae delle parole e le mette insieme secondo la sua condi- zione psicologica del momento. E non potrebbe essere altrimen- ti, è ovvio: è così per tutti. Però, a differenza di chi ha at- traversato il mondo dei koan e s’è incontrato spesso con l’in- segnamento di Linci, le sue ri- mangono soltanto delle parole e dietro non si vede nulla. Un po’ come un maestro della scuola di Omori roshi mi disse a proposito della calligrafia: i caratteri di chi ha fatto il satori sono vivi anche dopo migliaia d’anni, mentre quelli scritti da bravi calligrafi sono morti. C’è chi lo vede a occhio nudo oppu- re si può avere la conferma con i raggi X. Così è con le poesie. Mumon roshi diceva che la po- esia viene da sé. Certo, succedeva a lui, al ma- estro che aveva fatto il satori e sapeva vedere sia la relatività che l’assolutezza nelle parole perché viveva nella impeccabi- lità del satori. “
Made with FlippingBook
RkJQdWJsaXNoZXIy ODk0MDk=