Shiatsu News 47 marzo 2015

19 n. 47 -Marzo 2015 caso n°4 chi è più portato al nomadismo. In senso geografico e in senso ideologico. Il sottotitolo del vo- lume da cui ho tratto questa poesia è poesie d’amore e della memoria. Siccome Ka- vafis era omosessuale erano in genere indirizzate a ragaz- zi: ricordi, dialoghi, consigli. In questa un ragazzo dice che andrà in un altra terra, in un altro mare e in un città migliore di questa. Nel luogo in cui ha passato, sciupato e sprecato tanti anni vede solo rovine. In- vece il poeta lo avverte che non troverà altri luoghi e altri mari, la città gli andrà dietro, arriverà sempre alla città che ha lascia- to, la vita sprecata in questo piccolo buco è sprecata in tutta la Terra. Mi viene in mente un caso di Maigret in cui gli tocca di ritrovare un uomo scompar- so dalla sua famiglia. Quando lo rintraccia ed entra nella sua nuova casa s’accorge che è simile a quella da cui è scap- pato e la donna con cui vive assomiglia alla moglie che ha lasciato. Insomma, continua a fare le stesse cose. È proprio quanto scrive Kavafis: quanto hai sprecato in questo picco- lo buco è come se lo avessi sprecato in tutta la Terra, non troverai altri luoghi, la città ti seguirà. Sembrerebbe facile rendere un koan questa poe- sia, così come Itaca già pubbli- cata. Kavafis sembra buddista, quasi affermando che tutto è impermanente e tutto è senza sostanza. Però com’è possibile far capire a chi vuole andarse- ne che dovunque andrà non cambierà e troverà le stesse persone, le stesse case e gli stessi problemi? Come può, chi ascolta queste parole credere che siano vere? È facile consi- gliare, sono tutti bravi a farlo. Può essere che Kavafis stesso abbia già fatto tale esperienza oppure stia cercando di con- vincere se stesso. Talvolta av- viene a chi raggiunge un obiet- tivo e poi afferma che quel ottenimento non è importante. In alcuni casi ci può essere l’in- teresse: per esempio quelli che dicono che la laurea non è in- dispensabile, così loro, essen- do già laureati, hanno più pos- sibilità di trovare un lavoro di prestigio. C’è anche chi aven- do scalato tutte le montagne di ottomila metri sostiene che si può fare a meno di salirle: così lui rimane l’unico ad aver- lo fatto, potrebbe insinuare un maligno. È facile parlare così quando s’è già fatta un’espe- rienza, ma perché impedire che anche gli altri, magari sbagliando, la facciano? Si può scoprire il valore di un’azione solo compiendola. Per cui può essere giusto andare nell’altra città e scoprire da sé che non ne valeva la pena, perché le città, così come le montagne, sono tutte uguali. Lo scrissi nel ‘65, dopo che nel ‘61 l’avevo confidato al mio amico Emilio. Però io ho continuato a scalare le montagne prendendo gu- sto nel ripeterle più volte. Così come si ripete il taici e come si ripete zazen in continuazio- ne. Non è che stare nel mezzo loto sia diverso dal sedere in loto oppure sulla sedia. Tutto è sempre uguale: il nostro corpo, il cuscino, la sala, il respiro... Il tempo in cui pensai che le montagne sono tutte uguali non avevo ancora fatto zazen, ma una volta imparato a se- dere a gambe incrociate ho davvero realizzato che non c’è bisogno di salire tutti gli ottomi- la, traversare tutti i mari e tutti i deserti per poter affermare che sono tutti uguali. Ecco allo- ra la poesia del koan: stando a gambe incrociate su un metro quadrato, non un km o miglia- ia di km, si occupa la Terra e si viaggia nell’universo. Tutti possono sperimentarlo, men- tre a Kavafis puoi credere op- pure no. Perché se uno abita in un paesetto di montagna con duecento abitanti non puoi dir- gli che è inutile andare a Roma, NY o Tokyo: non ci crede. Ed è giusto, perché se non fa da sé l’esperienza fissandola nelle gambe incrociate non potrà liberarsi dal dubbio e rimarrà quanto dice Kavafis: la vita che hai sciupato in questo piccolo buco in tutta la terra l’hai spre- cata. Queste poesie che si van- no commentando mese dopo mese hanno tutte in sé una ve- rità. Questi sono poeti capaci di entrare nell’animo umano, come il Buddha, come Mumon roshi e come noi. Quanto dico- no è chiaro per tutti, però capi- re e poi mettere in atto e infine renderlo possibile a chi ascolta è un’altra cosa. Pertanto, que- sto tentativo di usare le poesie a livello di koan può far com- prendere e rendere zen una poesia. Ossia, mostrare quel sapore di zen che altrimenti non si avvertirebbe. •

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