Page 29 - Shiatsu News 41 - settembre ottobre 2013

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KOAN
luminazione le cose se le vede
da sé. Se invece non si riesce si
rimane intrappolati dal crede-
re al karma o a Dio che deci-
de tutto. Ma allora non avrebbe
senso continuare l’esistenza: se
è il karma, nessuno può sapere
cosa è avvenuto nelle esistenze
passate, e le conseguenze che
ne derivano; se invece dipende
da Dio cosa resta da fare? Le ri-
sposte contraddittorie del mae-
stro servono a liberarsi da am-
bedue queste credenze. Perché
qualunque tipo di attaccamen-
to fa vivere nella confusione,
incapaci di scegliere, momen-
to per momento, quanto la vita
presenta.
Non è vero che il maestro, nella
sua risposta, renda complicata
la semplicità. Egli rende sem-
plici le complicazioni, spazzan-
do la credenza in Dio come nel
karma, affinché ciascuno pos-
sa semplicemente viversi l’esi-
stenza così come è. Se si è im-
medesimati nel presente non si
pensa a Dio e nemmeno al kar-
ma, e si scorre insieme alla vita.
Altrimenti, si rimane fermi al
non si muove foglia che Dio non
voglia
e qualunque cosa si fac-
cia si starà sempre aspettando
quel che Dio vuole. Nemmeno
si può ogni volta tirare in aria
una monetina per decidere la
propria sorte.
Ci sono delle volte che si deci-
de qualche faccenda con la mo-
netina, ma normalmente si do-
vrebbe agire in base a ciò che si
sente in quel momento, senza
recriminare su quanto si sareb-
be potuto fare o non fare. C’è
solo da imparare a vivere ogni
istante, momento per momen-
to, perché svanisca qualunque
attaccamento alla credenza in
Dio o nel karma.
Domanda
Maestro, quanto è importante al-
fine di godersi la vita di portare la
completa attenzione in ogni attivi-
tà della nostra giornata? E se lo è,
fino a che punto dobbiamo sforzar-
ci di essere presenti a noi stessi?
Intanto, esercitare la retta pre-
senza fa vivere momento per
momento. A un certo punto, di-
ventati bravi, si potrà decidere
di lasciare la presa. Ma si può
arrivare a una presenza menta-
le in cui non c’è tensione, e ciò
avviene da sé. Poi, come succe-
de per chi è a dieta ed è tran-
quillo e rilassato, si può dire:
“Questa sera mi bevo una bir-
ra o un bicchiere di vino, op-
pure mangio un gelato”. L’im-
portante è non essere contratti
e attaccati a ciò che si sta facen-
do, con la paura di perdere la
presenza mentale. La presenza
mentale va goduta, perché bi-
sogna starci con gusto. Come
ho detto tante volte, la medi-
tazione, non deve essere come
quando da bambini si andava a
messa per forza. E così le pre-
ghiere della sera senza averne
voglia. Se la sera adesso reci-
tiamo: “Per l’accettazione, per
la solidarietà, per la sincerità,
eccetera”, ci mettiamo il cuore
e la mente. Pure stare tanto in
zazen fa venire male alle gam-
be. Però deve diventare quel
male che può piacere sapen-
do che si sta facendo ciò che si
vuole fare. Non ci dovrebbe es-
sere l’affanno di stabilire sem-
pre delle regole. Come nell’ar-
cobaleno si passa da un colore
all’altro, e il passaggio non è re-
pentino, perché non è che tra
il rosso e l’arancione ci sia un
confine netto, non si può dire
che fin qui è rosso poi da qui è
arancione. Quel colore sbiadi-
sce a mano a mano e da rosso
acceso diventa arancione. Nel-
la meditazione non si dovrebbe
avere una presa rigida, com’è
l’esempio di tenere un uccel-
lino nella mano: se stringi, lo
fai morire, se allenti la presa,
scappa. Attenti perciò alla rigi-
dezza di stringere a morte l’uc-
cellino e alla completa rilassa-
tezza che lo fa volar via.
n. 41 - Settembre 2013
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